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L'altra faccia del Tuareg, rally PDF Stampa E-mail
Scritto da Erika Mugnai   

La Lisbona Dakar, il Rally dei Faraoni e non per ultimo in ordine di importanza il Tuareg rally hanno tutti la stessa filosofia, obbiettivo:moto, navigazione, competizione e sfruttamento del territorio.

 

Sono partita il 16 marzo 2006 con Alessandro Cascio, un pilota del rallye.
Ci siamo sciroppati 2200 km in una multipla verde ramarro con il carrello e le nostre 2 lc4 fino ad Almeria, Spagna. Lungo la via abbiano incontrato altri rallisti ed altri 'seguidores' del rallye, come me.
Vorrei evitare di tediarvi con le tappe, tempi, risultati, feriti e gente in coma, bambini quasi schiacciati da una moto che è passata un po' troppo veloce dentro un paesino di 3 case, cose che accadono in ogni rally.
Vorrei parlarvi di altro, di coloro che hanno reso possibile che tutto questo si realizzasse. Non intendo l'organizzazione, perfetta, puntuale, tempestiva, tedesca del resto.
Ma delle persone marocchine che hanno lavorato lungo tutta la nostra permanenza.


Non avevo mai fatto un rally e forse ne sono rimasta scioccata solo perché il mio modo di viaggiare ha sempre rispettato ed onorato coloro che mi hanno aperto la frontiera.
Difficile, per me, pensare all'americana.
Pago, pretendo, ottengo, uso, sporco, spreco e per lo più non ringrazio.
Le strade che abbiamo guidato da Nador a Missuor fino alle splendide dune di Merzuga sono l'esempio che un Dio esiste.
Paesaggi incontaminati, fermi nel tempo, infiniti, nella sua semplicità, sublimi.


Il primo shock l'ho avuto la mattina del secondo giorno a Missour.
L'albergo che ci ha ospitati era circondato da polizia armata che con i calci dei fucili teneva lontani, i bambini curiosi.
Quando tutti sono partiti ho dato uno sguardo alla quantità di sporco che era stato lasciato, rotoli del rood book del giorno prima abbandonati per la strada, bottiglie di plastica svuotate dall'acqua fresca nei camel bag, pezzi di moto abbandonati perché non più utili, avanzi di fascette tagliate e purtroppo molto altro.


Essendo dei 'seguidores' partivamo sempre almeno un'ora dopo la partenza ufficiale facendo solo irrisorie parti del rally.
Tornando in albergo per prendere il mio casco, sono entrati con me tutti i poliziotti che hanno passato la notte a fare la guardia ai mezzi e hanno finito gli avanzi della colazione dei piloti con fame, vera. Si è unito il personale dell'albergo. Il padrone dell'albergo ha poi congedato le guardie consegnando 2 monete ciascuno.
La moneta più grande in marocco è di 10 diram, 1 euro…
Abbiamo ripreso il viaggio fino a Merzuga dove abbiamo trascorso 4 notti.


Con sommo piacere ho constatato che gli Italiani, che tanto sono considerati incivili e rumorosi agli occhi del mondo, hanno dato gran prova di civiltà e sensibilità.
Molti non si sono mai curati di mettere l'olio bruciato dalla una giornata fra le dune in delle bottiglie di plastica e magari darlo ad un marocchino che lo riutilizzava almeno per un altro anno. Il metodo più usato è stato fare una bella buca nella splendida sabbia color arancio brillante e lasciarlo colare, li come fosse acqua, come se non facesse del male a nessuno. Poi il tutto veniva ricoperto, giusto per non ungersi.


La pulizia giornaliera del filtri dell'aria veniva fatta la benzina, donata poi alla sabbia. Successivamente il filtro veniva appoggiato su un ramo di una pianta e spruzzato di olio!
Eravamo in mezzo al deserto, dove un Tuareg mi ha raccontato che non piove da 10 anni. Ho sentito uomini grandi come montagne lamentarsi per l'assenza di acqua calda. Uomini che hanno fatto docce da 30 minuti non pensando alle risorse di queste genti. Dalle docce un tubo varcava un confine di canne e andava ad annaffiare l'orto di una povera, ma davvero povera donna. Delle belle saponate di bagnoschiuma chimici andavano a nutrire la poca verdura che un tuareg può coltivare.
Appena al di fuori dall'albergo, la povertà, quella vera.
Eppure Merzuga è un posto turistico. E perché i turisti vanno tutti negli alberghi gestiti da europei, comprano in negozi dove è possibile pagare con carta visa e farsi spedire un pacco per DHL e hanno paura a bere un the alla menta in un barretto pieno di arabi?


Credevo che seguire un rally fosse un modo sicuro dal punto di vista logistico per vedere posti che altrimenti avrebbero bisogno di una buona dose di coraggio o di un 4X4 a seguito che fa da assistenza. Invece è solo un mangia e fuggi.
Nessuno, o quasi, si è reso conto che ai cigli della strada ci sono cani randagi che si nutrono di carogne di animali pini di mosche. Non si sono accorti che un uomo parte a piedi dalla sua casa, corre per raggiungerti se ti fermi esitante ad un incrocio. Arriva, ti saluta, Salam, ti stringe la mano e se la porta al cuore, ti chiede se hai bisogno di aiuto. Non si sono accorti che i bambini sono senza vestiti e scarpe e chiedono una penna per imparare a scrivere. Non si sono accorti che i guadi erano limpidi prima del nostro passaggio. Questa scarsa acqua è l'unica risorsa per bere, lavarsi, fare da mangiare e irrigare un piccolo orto. Non si sono accorti che in mezzo al keb vicino alla famosa duna di 300 mt quando ce ne siamo andati abbiamo lasciato le nostre tracce. Non tracce di moto ed auto che una tempesta di sabbia placa e liscia, ma bottiglie di plastica ed involucri delle barrette energetiche.


E' vero, purtroppo, l'immondizia, chiama l'immondizia.
Il Marocco è un paese sporco. Spesso si vedono immensi deserti di sassi neri piatti e lucidi come vetro con erba cammellina e arbusti secchi che fanno da staffa alle mille bandierine colorate di frammenti di sacchetti di plastica.
Ciò che non riesco proprio a capire è che popoli che a casa loro sono ecologisti e sostenitori di un mondo riciclabile, pulito e civile, quando si trovi in uno stato sottosviluppato, torni alle origini più barbare ed incivili.
Per essere un turista responsabile ci vuole davvero poco ed organizzazioni grandi come quelle che seguono la logistica di manifestazioni come i moto rally dovrebbero avere la coscienza di far rispettare le stesse regole che usano a casa propria, tutto qua, niente da di nuovo, niente da inventare.
Chi organizza questi eventi, lo fa da sempre e sa che ci vuole poco a portare un bel contenitore per l'olio usato, può sensibilizzare i partecipanti nel portare abiti, scarpe usati, penne e quant'altro possa servire a queste persone che mettono a disposizione la loro terra.


Dovremmo riflettere sul perché piano piano, tutti gli stati civilizzati stanno proibendo il fuoristrada.
C'è una fetta di motociclisti che impatta l'ambiente in modo crudele.
E' possibile fare fuoristrada senza devastare un bosco, senza abbandonare mozziconi di sigarette in giro (ci vogliono 3 anni perché un filtro di sigaretta si decomponga del tutto!), senza derapare in aie di ghiaia appena messa dal fattore, senza arare campi appena seminati dai contadini.
Questi personaggi oltre a far emanare leggi restrittive che di questo passo applicheranno anche in Italia, vanno a far danni all'estero.
I popoli del nord Europa e gli Americani vengono in Italia, gli Italiani vanno in Africa.
Non credo che deve esistere codice civile che obblighi una legge naturale, il buonsenso.

Scin cran, saka, Salam


Testo e foto Erika Mugnai - www.stradanova.com
 

 

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